Data e durata:
September 20175 giorni
Tipologia di vacanza:
On the road
Alloggio:
Appartamento
Persone:
4
Costo a persona:
400€
Mezzi di trasporto:
Auto, Aereo, Traghetto
Tappa 1

Bergen, la città delle casette colorate

30 agosto, ore 23.15. Il volo DY969 della Norwegian atterra all’aeroporto di Bergen. In tre ore passo dai 30° di una torrida Milano al freddo pungente di una fine estate norvegese accompagnato da una tenue pioggerellina. Ad attendermi una mia amica, studentessa da un anno in quella che per abitanti è la seconda città della Norvegia. 

31 agosto, ore 10.00. Il giorno successivo è occasione per visitare in solitudine la città. Sfruttando il fatto che la mia amica ha lezione in università ne approfitto per camminare in lungo e in largo. Il centro di Bergen è caratteristico delle città del nord Europa: casette piccole e ricche di colori si presentano accostate l’una all’altra in una sequenza tale da sembrare una ‘cartolina’ vivente.

Il quartiere di Bryggen è stato classificato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO nel 1979.

Il centro e i quartieri settentrionali si affacciano sul Byfjorden, al termine del quale è allestito il Fish Market (in norvegese Torget: siamo nella zona del porto), cuore pulsante della città e luogo d’incontro per mercanti e pescatori sin dal 1200.

Dopo una breve sosta a base di fritto misto e un piccolo assaggio di salmone riprendo a camminare a ruota libera; le strade sono piccole, le case sembrano quelle tipiche dei quartieri residenziali londinesi. Qualcosa mi incuriosisce: una serie di casette costruite sul versante di una montagna. Bergen, infatti, è conosciuta anche come “la città delle sette montagne”. Decido allora di inoltrarmi e di cominciare una piccola e graduale ascesa.

Ad un tratto davanti a me scorgo una funicolare e, in maniera istintiva, decido di seguirne il percorso: mi addentro così in un bosco con una camminata di 45 minuti, al termine della quale raggiungo la modica altezza di 320 m.s.l.m. Pochissimo, verrebbe da dire: ed è vero. Tuttavia, il panorama è emozionante. Dalla cima del Floyen (questo il nome del colle) si apre una ‘terrazza a cielo aperto’ ai piedi della quale si apre Bergen in tutta la sua estensione.

Bergen, costruita al termine del Byfjorden, vista dal Floyen. 7 min. di percorrenza con la funicolare.
45 min. di percorrenza a piedi, nel bosco.

Un cartello dal richiamo quasi romantico indica i chilometri di distanza di alcune delle principali località del pianeta: fa effetto notare come Capo Nord (Nordkapp) disti da Bergen ‘solo’ 1.500 km, faticando a realizzare, invece, che l’altro capo della Terra – South Pole – sia a una distanza di 16.000 km.

Tappa 2

On road to Jørpeland: tanto verde, tantissima acqua…

1 settembre, ore 9.00. Dopo una rapida colazione, insieme alla mia amica e a due suoi compagni di corso ci avviamo al rent car dell’aeroporto per noleggiare la macchina che ci accompagnerà alla scoperta della Norvegia meridionale. La giornata è dedicata esclusivamente al viaggio: un tragitto nemmeno troppo lungo a livello chilometrico (237 km, come andare da Milano a Padova, per intenderci), ma che richiede sei ore di tempo circa. A causa della conformazione geologica del territorio norvegese, infatti, non esistono le autostrade e i percorsi – per quanto brevi – possono rivelarsi molto lunghi.

Ad accentuare la durata del viaggio, inoltre, la necessità di ricorrere a ben tre traghetti: i fiordi molto spesso sono obbligatoriamente da aggirare, ma laddove possibile si cerca di accorciare la percorrenza permettendo di attraversarli con il battello. Naturalmente, però, i traghetti hanno un’organizzazione simile a quella dei treni, a tal punto da passare in orari precisi e programmati.

In viaggio verso Jørpeland. Isolotti di terra si ergono in mezzo al fiordo.

Il viaggio è un autentico relax, ma non per questo ho la tentazione di dormire. Anzi, sono talmente estasiato dal panorama da non distrarmi nemmeno per un istante. Avendo la ‘fortuna’ di non guidare per questo tratto di strada, ne approfitto per scattare foto e girare video con il telefonino. Per l’80% del tempo siamo circondati da acqua: fiordi soprattutto, ma anche tantissimi laghi. Per il restante 20% siamo immersi in un verde intenso che francamente non avevo mai incontrato dal altre parti.

La densità abitativa della Norvegia è una delle più basse d’Europa: gli agglomerati urbani possono trovarsi anche a 20 chilometri di distanza, mentre nel mezzo ci sei solo tu, la tua macchina e la strada che stai percorrendo. Per il resto nulla.

Oslo – la capitale – ha più o meno gli stessi abitanti di Palermo (660.000). E’ forse questo il motivo di quell’atmosfera pacata, rilassata, quasi magica. Arriviamo, nel mentre, a Stavanger – quarta città per numero di abitanti, e sono solo 120.000 – verso le 17 e optiamo per sgranchirci le gambe e fare una passeggiata per il centro. E’ una città pittoresca, per alcuni versi simile a Bergen: case colorate, stradine anguste.

Adios Stavanger. Il battello salpa dal porto. Ancora una volta casette piccole e colorate.

Ci imbarchiamo sull’ultimo traghetto, verso la nostra destinazione finale di giornata: Jørpeland, a circa mezz’ora da Stavanger. La sera cala poco alla volta, non ci resta che mangiare nella casa affittata e andare a dormire presto.

Tramonto a Jørpeland. Sono le 20 circa ed è ancora chiaro. D’estate, infatti, a latitudine settentrionali il sole tramonta più tardi.

Il giorno successivo sarebbe stato un tour de force.

Tappa 3

Kjeragbolten: in bilico tra il cielo e la terra…

2 settembre, ore 6.00. Sveglia all’alba, assonnati ma energici e sul pezzo. Questa volta mi metto alla guida e quasi mi pento: il paesaggio è ancora più bello di quello del giorno precedente. La giornata spaziale, senza una nuvola, fa apparire il tutto simile all’ambientazione di un film. Sembra quasi di attraversare una di quelle tenebrose valli del Signore degli Anelli.

Non sono mai stato così felice di percorrere 44 km (questa la lunghezza del Lysefjord) in tre ore di tempo. Il fiordo, infatti, andava aggirato e non c’era modo di raggiungere la nostra meta con un traghetto. Anche guidare, però, ha avuto il suo fascino: le strade, infatti, sono sicure, sinuose e panoramiche e permettono anche a chi guida di dare uno sguardo alla bellezza della natura.

Ore 11.30. Parte la nostra personale scalata al Kjeragbolten. L’escursione non è pericolosa, ma richiede un po’ di attenzione e dal punto di vista fisico è abbastanza dispendiosa: in alcuni punti, infatti, bisogna aiutarsi con le mani e con una corda di sicurezza. Kjerag è una nota meta turistica norvegese: non a caso lungo il cammino incontriamo uno sciame di turisti provenienti da ogni parte del mondo. Il motivo è ‘presto’ spiegato: presto si fa per dire, dal momento che per svelarlo ci sono volute all’incirca tre ore di salita. Ma lo sforzo ha decisamente ripagato le nostre aspettative.

Foto dalla montagna di Kjerag. Le pareti di roccia scendono vertiginosamente sul fiordo dando luogo ad uno strapiombo incredibile.

Finalmente arriviamo a 1.110 m.s.l.m., un’altezza a dire il vero poco spaventosa se consideriamo che in Italia abbiamo montagne da 4.000 metri. Quello che lascia basiti è la bellezza di questo masso cuneiforme (Kjeragbolten in italiano significa ‘Sasso di Kjerag’), completamente incastonato nel crepaccio delle montagne circostanti. Al di sotto il vuoto più totale: ed ecco che i 1.110 metri sembrano diventare un Everest inarrivabile.

Foto sul Kjeragbolten. La sensazione è quella di essere seduti su un sasso volante.

Come da tradizione ci mettiamo in coda per scattare qualche foto: il masso di per sé è abbastanza comodo per fare agevolmente delle fotografie. Probabilmente ci starebbero anche due persone, ma giustamente chiunque vi salga esige il proprio personale momento di gloria. Ho rimosso di soffrire di vertigini, ho evitato di guardare alle mie spalle per non avere giramenti di testa, mi sono mosso con i piedi di piombo: ma non ho mai fatto qualcosa di più adrenalinico in vita mia. Mi sono sentito piccolissimo di fronte alla vastità di ciò che avevo intorno. Mi sono sentito sospeso in bilico tra il cielo e la terra. Ed è stato elettrizzante.

Qualche goccia di pioggia disturba la nostra discesa, rendendo viscido il suolo e richiedendo una maggior soglia di attenzione. Ma la testa torna continuamente al panorama visto in cima, mentre le gambe procedono per inerzia. Riprendiamo la nostra Hyundai rossa alle sette di sera e lentamente facciamo rientro a Jørpeland, dove giungiamo a notte fonda. Il giorno successivo sarà un altro tour de force.

Tappa 4

Preikestolen: una ‘terrazza’ a cielo aperto…

3 settembre, ore 6.00. Ancora una volta la sveglia è a orari improbabili. Destinazione odierna è la cima del Preikestolen, la cosiddetta Pulpit Rock (Roccia-pulpito). Una camminata fortunatamente più breve, più semplice, ma soprattutto a venti minuti da Jorpeland. E così alle 7.30 siamo già in cammino. Gli uccelli cinguettano ancora, il sole comincia a salire sull’orizzonte e intorno a noi non si sente una voce.

Ore 9.00. Dopo l’ultimo scollinamento, alla nostra sinistra si apre uno strapiombo che leva il fiato: gli ultimi 200 metri li percorro con la mano appoggiata alla parete, per evitare brutte sorprese. Ci troviamo finalmente in questo ampio spiazzo che si protende verso il fiordo e comincia a essermi chiaro il perché la roccia si chiama ‘pulpito’: la forma, infatti, ricorda vagamente l’elemento architettonico tipico delle chiese, dal quale il prete è solito svolgere le omelie. ‘Pulpito‘, ma anche ‘palpito‘: salgono le pulsazioni del cuore di fronte al sentimento di vuoto che ci pervade interamente.

Sotto di noi scorre ancora il Lysefjord, ma questa volta ci troviamo all’inizio del fiordo, mentre Kjerag era collocato alla fine dello stesso. Anche qua, come da tradizione, scattiamo alcune foto per immortalare il momento. E’ possibile seguire il fiordo fino all’orizzonte; sembra quasi un lunghissimo e serpeggiante fiume che scorre tra innumerevoli valli alpine.

Cima del Preikestolen. Il Lysefjord si insinua tra le valli e scompare all’orizzonte.

Come ci aspettavamo, i turisti cominciano ad affollare la roccia in maniera asfissiante: eravamo partiti presto proprio per questo motivo. Scendiamo e dopo una breve sosta riprendiamo la macchina in direzione Bergen, percorrendo tuttavia una strada diversa da quella del primo giorno. Il paesaggio, però, rimane incantevole: circumnavighiamo diversi fiordi in strade completamente deserte che richiamano quelle tipiche della montagna, attraversiamo due grandissimi ponti che accorciano un viaggio altrimenti interminabile.

Tramonto. Cartolina dall’ultimo traghetto prima di rientrare a Bergen.

Ore 23.00. Esausti, ma felici facciamo rientro a Bergen. E’ notte fonda, ormai. La città è in silenzio, ma le luci che la accendono fanno rumore.

Tappa 5

Ha det bra Bergen! Arrivederci Bergen…

4 settembre, ore 11.00. Sveglia clemente per l’ultimo giorno trascorso in città. L’obiettivo, infatti, era recuperare un po’ di sonno e fare un ultimo giro in centro. La giornata scorre via in maniera normale, eppure trovo per l’ennesima volta qualcosa in grado di sorprendermi.

Cartolina da Bergen. Vista dal porto del quartiere di Bryggen che si sviluppa alle pendici di una delle sette montagne.

All’interno di Bryggen, il quartiere più suggestivo della città, mi imbatto in una sorta di ‘città di legno’ fatta di piccoli negozietti in legno di souvenir. I magnetini per frigoriferi e le sfere di vetro sono da sempre l’oggetto delle mie conquiste: ogni volta che visito un posto diverso ne prendo uno per arricchire la mia collezione.

Proseguo nell’attesa che la mia amica concluda le sue lezioni. Il tempo che ho a disposizione in quest’ultima giornata non è tantissimo, ma riesco a ricavarne un po’ per fare due passi intorno al laghetto artificiale di Festplassen e per dare un’occhiata al porto, sicuramente poco attraente ma cuore pulsante dell’attività mercantile.

Bergen, laghetto artificiale di Festplassen.

Poi c’è soltanto tempo per la valigia e lo zainetto, per mangiare e fare le ultime chiacchiere con i compagni di viaggio. E per i ricordi, indelebili nella mente, ma soprattutto nel cuore. Lascio la città alle tre del mattino, sembra un cimitero, glaciale e confinata al Nord di un continente immenso. Invece ho constatato che è viva, piena di colori e di rumori: rumori dimessi e contenuti, ma che con la loro originalità risultano assordanti. HA DET BRA BERGEN! Arrivederci Bergen…

Bergen, laghetto artificiale di Festplassen.

Cosa mi è piaciuto

Sono sempre stato affascinato dai Paesi del nord Europa. Dopo aver visitato Copenaghen, e dopo aver visto un pezzettino di Svezia, ho deciso che era il momento di provare qualcosa di diverso: un viaggio itinerante nel sud della Norvegia. Ho apprezzato tutto: dal paesaggio, come sottolineato molte volte, alla cultura di un popolo agli antipodi rispetto a noi: silenzioso e rispettoso di tutto ciò che lo circonda. E poi, pur amando il mio Paese, ho avuto modo di notare che i norvegesi (ma in generale tutte le popolazioni del Nord) sono dannatamente avanti: banalmente, conoscono l’inglese quasi fosse la loro lingua madre. Sin da piccoli, infatti, leggono libri e guardano film in inglese. A ciò, purtroppo, noi italiani non siamo abituati.

Cosa non mi è piaciuto

Difficile trovare qualcosa che non mi sia piaciuto. Sicuramente è un po’ penalizzante il costo della vita, molto più alto rispetto al nostro: una costante dei Paesi scandinavi. Il viaggio aereo di per sé non mi è costato molto, ma anche le cose più banali in Norvegia hanno un prezzo maggiorato rispetto al nostro. Da turista ho amato questo Paese e nel mio cassetto c’è il sogno di andare un giorno a Capo Nord o alle Isole Svalbard. Tuttavia, non credo mi piacerebbe vivere qui. Troppa tranquillità, troppo silenzio non fanno per me. La città è viva, ma non ha nulla a che vedere con le nostre Milano, Roma, Firenze, Venezia e così via.. Il rischio di vivere qui a lungo potrebbe essere quello di annoiarsi: la mia amica, peraltro, dice che d’inverno piove quasi tutti i giorni, il clima è uggioso e il vento sferzante.

Alessandro Badalin

I consigli di Alessandro Badalin

Un primo consiglio, “tecnico”, può essere quello di sfruttare i mesi estivi per fare una vacanza di questo tipo: le escursioni, infatti, sono sconsigliate in periodo invernale a causa del freddo, della pioggia e del buio (quasi) costanti. Un secondo consiglio “tecnico” – ma forse è scontato – è portare vestiti pesanti: sono stato a fine agosto-inizio settembre e di giorno la temperatura è gradevole (16-18 gradi, si riesce a stare con una felpa leggera), ma la sera il freddo è pungente e la giacca a vento per me è stata una manna dal cielo. Consiglio, infine, tanta voglia di girare, esplorare, scoprire e non stare fermi mai un momento. E’ questo forse il requisito maggiormente necessario. A me non è pesato alzarmi per due giorni di fila alle sei del mattino (cosa per me normalmente impensabile!!), e per scoprire posti del genere lo rifarei miliardi di volte.

Voto al viaggio
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