Le primissime mura di Treviso furono erette in epoca romana per difendere la città dagli assalti dei nemici. Dell’epoca romana, ancora oggi vi sono molti dubbi sull’effettivo tracciato percorso da esse; abbiamo, piuttosto, testimonianze sparse qua e là: ad esempio, il ritrovamento da parte dell’abate Luigi Bailo (fondatore dei Musei civici) di alcuni resti durante gli scavi in Via Canova, lasciano presupporre che le mura passassero anche di lì; anche i toponimi possono darci una mano in questo senso: via Cornarotta, ad esempio potrebbe derivare da cornua rupta, nel senso che in quella zona veniva ‘rotta’ la regolarità dei decumani romani.

Fu nel Trecento, però, che le mura di Treviso assunsero un’importanza sempre maggiore all’interno della città; realizzate in mattoni cotti, erano sostanzialmente pensate per resistere agli attacchi di truppe ed armi medievali (catapulte, arieti, etc.). Le mura di Treviso, che separavano i borghi dalla campagna, avevano in questa fase ben 12 (o forse addirittura 13) porte. Indebolite già dalle numerose costruzioni a ridosso di essa (dove gli attaccanti potevano facilmente trovare riparo), le mura di Treviso furono fortificate dopo la disastrosa sconfitta di Agnaldello, dopo la quale Venezia decise di meglio difendere i propri possedimenti in terraferma.

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Le mura di Treviso viste dal giardino comunale

Il Consiglio dei Dieci affidò il progetto al frate francescano Giovanni Giocondo da Verona. Egli abbatté le vecchie mura e le case circostanti, bloccando di fatto la crescita urbana di Treviso, che vedeva nelle sue mura un limite ora invalicabile. Le nuove mura di Treviso furono costruite in terrapieno e, come in altre città del Nord, a poco più di metà dell’altezza sono decorate da un cordolo in pietra d’Istria, oltre agli immancabili bassorilievi del leone di San Marco.

Oltre alla parte edilizia, nel progetto di difesa della città trevigiana vi era anche la fase delle opere idrauliche: si deviò, infatti, il corso del fiume Botteniga così da creare attorno alla città un profondo fossato. Messe alla prova nell’assedio di Treviso del 1511 (durato circa una settimana) durante la guerra contro la Lega di Cambrai, le mura di Treviso riuscirono a compiere il loro dovere, resistendo agli attacchi degli assedianti.

Negli anni successivi, memori dei pericoli della guerra, le porte si ridussero a tre: porta Altinia (costruita, peraltro, solo nel 1514-15), porta Santi Quarantaporta San Tomaso; queste ultime due, per l’entusiasmo dello scampato pericolo e per lasciare ai posteri dei simboli di prestigio e ricchezza, furono trasformate dai podestà Nicolò Vendramin e Paolo Nani in trionfali archi romani.

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La porta San Tomaso, che fino al Novecento era una delle tre porte che collegavano il centro urbano alla periferia

Il divieto di non costruire case al di fuori delle mura, legge questa che fu imposta al momento della costruzione delle fortificazioni da parte di Giovanni Giocondo da Verona, fu rispettato per i successivi tre secoli. Venendo meno le impellenze difensive, nella seconda metà dell’Ottocento il terrapieno delle mura di Treviso fu risistemato e trasformato in un viale alberato dove potessero passeggiare le famiglie e giocare i loro figli.

A testimonianza quasi della ‘sacralità’ che le mura di Treviso rivestivano per i cittadini trevigiani, pur di non abbatterle l’unico collegamento tra il centro urbano e la periferia rimasero ancora queste 3 porte, addirittura fino agli inizi del ‘900: porta San Tomaso vero nord, porta Santi Quaranta verso ovest e porta Altinia verso sud. Successivamente, vi fu l’abbattimento di un grande tratto a sud-ovest e furono aperti numerosi varchi con la periferia.